La mia prima vasca marina, il primo giorno

Era settembre del 2017, avevo visto sul web nano reef di acqua salata e pensai di provare a farne una nella mia vaschetta da 46 litri netti. Pesci, piante e un tronchetto di legno con legata un’anubias li avrei spostati nell’acquario di mio papà che nel frattempo aveva visto morire gli ultimi guppy nati qualche anno prima nella mia vasca in cattività. (ne parlo quì)

Andai in un negozio per farmi consigliare. Da subito il titolare mi avvisò di quanto tempo avrei perso, quanti soldi avrei speso e quanto sarebbe stato difficile avviare una vasca marina così piccola (il suo esempio molto eloquente per farmi capire quanto fosse facile inquinare una vasca piccola rispetto a una più grande fu: “prova a pisciare in 40 litri o nel mare, secondo te fa differenza?”).

Poi si convinse, e disse: “proviamo, ma devi fare come ti dico io”. Innanzitutto dovetti scoperchiare la vasca, togliendo coperchio e bordo. “La vasca marina deve prendere aria, deve ossigenarsi, di conseguenza evaporerà anche tanta acqua”, aggiunse.

Intanto dovevo portare tutto il mio contenuto a casa di mio padre, che nel frattempo aveva la vasca praticamente asciutta. I dettagli li racconto qui.
Fatto questo tornai a casa, e mi misi a pulire bene la vasca. Ah la vasca misura 58,5 cm x 29,4 cm per 29,5 cm di altezza. Lo spessore non è un granché, solo 4 mm, ma le siliconature sono fatte bene.
La pulizia va fatta solamente con uno straccio e una spugna, utilizzando acqua e aceto di vino, per non aggredire le giunture in silicone e per non lasciare residui che poi potrebbero sciogliersi in acqua ed essere tossici per il nuovo ambiente. Ci si può aiutare con un raschietto metallico per acquario, adatto a pulire le alghe rimaste attaccate ai vetri.

A questo punto tornai al negozio e dopo aver caricato l’auto tornai a casa con:

  • circa 10kg di rocce vive (circa 1 kilogrammo ogni 5 litri d’acqua, in realtà una quantità un po’ sovradimensionata per la mia vasca di allora, io consiglierei di incominciare a fare una rocciata con 1kg ogni 8-10 litri);
  • uno schiumatoio Tunze 9001 nella taglia da 21,5 cm in altezza;
  • una pompa di movimento Tunze Nano Stream 6015 con un movimento da 1800 litri l’ora, direi più che sufficiente per una vasca piccola come quella;
  • 4 taniche da 16 litri di acqua salata (il negoziante mi consigliò così ma poi vi dirò come ho fatto produrre acqua salata con le giuste dosi);
  • 1 tanica da 16 litri di acqua osmotica per i rabbocchi;
  • 1 bustina di sabbia bianca, giusto per creare un po’ meno di 1 cm di fondo (era un avanzo, non mi pare fosse di qualità eccelsa, tantomeno corallina, però molto fine);
  • 3 barattoli di prodotti Seachem per ridurre i nitrati, e per dosare carboni attivi, da inserire in un filtro esterno che utilizzavo in quel periodo nella vasca, il modello Hydor Prime 10 che svolgeva egregiamente la sua funzione.

Sulla prima avvertenza di tipo economico il titolare aveva ragione. Avevo già speso 350 euro.

Mi documentai su internet per fare la rocciata (qui un link interessante dal portale Acquaportal), l’aquascape dell’acquario marino che non deve solo avere un valore estetico ma anche funzionale: l’acqua messa in movimento dalla pompa deve fluire tra le rocce e non avere zone stagnanti, e inoltre devono possibilmente essere creati dei tunnel e ripari per pesci e invertebrati.
Vengono utilizzate rocce vive. Costano all’incirca 10-15 euro al chilo e provengono direttamente dal mare o da specifici allevamenti. Per unire le rocce ho usato una colla epossidica, una specie di mastice fatto di due componenti che unite e impastate formano una pasta che indurisce anche in acqua utile a fissare le rocce tra loro. Il consiglio è comunque quello di trovare la giusta posizione ed equilibrio in modo che stiano stabilmente su da sole.

Alcuni utilizzano rocce morte o artificiali come base per poi integrare rocce vive. Col tempo le rocce morte verranno colonizzate dalla fauna acquatica.

Ultima cosa importante: le rocce vive sono veramente vive. Vengono consegnate umide in specifici contenitori in polistirolo. Bisogna maneggiarle con cura perché nelle loro cavità contengono non solo batteri ma anche invertebrati e coralli, magari non ancora sviluppati. Come è capitato a me possono esserci anche dei vermocani, dei vermi particolarmente utili per tenere pulito il fondo e le rocce, ma che sono cosparsi di aculei urticanti, per questo motivo vi consiglierei di utilizzare dei guanti di lattice per creare la rocciata e di farlo con molta delicatezza e attenzione.

Ecco il risultato della mia vaschetta. Era bellissima (per me).

L’acquariofilia è una malattia?

Ho letto un divertentissimo e assolutamente vero articolo di Flavio Emer sul famosissimo sito DaniReef con un elenco di malattie e manie che colpiscono prima o poi l’acquariofilo. Per quanto mi riguarda le ho prese tutte, e da alcune non sono ancora “guarito” del tutto. Soprattutto durante la mia esperienza con l’acquario marino, ma anche oggi che sto rinunciando alla vasca dei miei sogni, sono sempre a rischio ad esempio di ricadere nel “morbo della sirena”, un richiamo subdolo che mi fa venire voglia di acquistare qualsiasi cosa in modo compulsivo, o la “ritenzione osmotica” che ti impone di produrre acqua d’osmosi come se fosse la risorsa di sopravvivenza primaria in vista di una imminente catastrofe.

Andatevi a leggere lo spassosissimo articolo su DaniReef!

Le malattie dell’acquariofilo

Acquari, rumori e acustica

Ma i rumori danno fastidio ai pesci nella vasca oppure sono isolati?

Questa è una domanda che poco spesso la gente si pone quando dispone l’acquario in appartamento. Un po’ mi sono informato è un po’ conosco la logica delle propagazione e talvolta amplificazione delle onde sonore in un ambiente e nell’acqua. Diciamo che di primo acchito non consiglierei di posizionare un’acquario proprio a ridosso del sistema pro sound con tanto di subwoofer che abbiamo orgogliosamente acquistato per ricreare dal vero Apocalipse Now nel nostro home cinema. Certe frequenze hanno una forte penetrazione anche attraverso i vetri e l’acqua e quindi se proprio non possiamo fare a meno di spostare la vasca dobbiamo cercare di isolarla il più possibile dall’ambiente circostante. Lo stesso discorso vale anche per i rumori, che al contrario, produce l’acquario, tipicamente prodotti dalle pompe del filtro, dalle pompe di movimento, dalle pompe di risalita, fondamentalmente a causa delle vibrazioni.

Innanzitutto sarebbe utile isolare il fondo della vasca dal mobile sulla quale è collocata, ci sono molti materiali adatti, ad esempio a base di silicone con una certa elasticità, oppure porosità, come questi tipi di tappetini isolanti. In alternativa più economicamente potrebbero essere sufficienti certi tappetini da palestra o da trekking.

Ovviamente è anche utile isolare il mobile dell’acquario: se la cassa acustica è collocata sullo stesso mobile in cui è collocata la vasca, anche a distanza, ci sarà qualche problema in più. Sospendiamo la cassa con specifici attacchi a muro, oppure mettiamo gli stessi tipi di tappetini tra il mobile e la cassa.

E poi i rumori causati dalle pompe. Uno dei motivi della brevità della mia esperienza marina è proprio il non aver isolato a sufficienza la pompa di movimento, che trasmetteva le vibrazioni alla sump e quindi al mobile. Anche il filo con il quale le pompe fuoriescono dall’acqua trasmettono vibrazioni, e quindi toccando con altri oggetti, ad esempio il bordo in vetro della vasca o il mobile, genera rumore continuo. La prima cosa da fare è isolare il più possibile la pompa (quelle più belle hanno già dei sistemi anti vibrazione). Ad esempio nel mio filtro interno ho posto della lana di perlon intorno alla base del filtro, per creare un cuscinetto e ridurre la propagazione delle vibrazioni. Dovrò ancora sistemare un anello di gomma o di silicone intorno al filo nel punto in cui appoggia sul vetro per uscire dalla vasca.
Per le pompe di movimento, tipicamente installate negli acquari marini per simulare le onde, avremo la vibrazione sul vetro e la propagazione attraverso il filo. Su modelli di qualità esistono già sistemi di sospensione, anti vibrazione, faccio l’esempio delle pompe Tunze, azienda tedesca famosa in tutto il mondo;  per esperienza personale sono davvero silenziosissime in proporzione alla mole di acqua che spostano.
Ultima nota sulle pompe di risalita. Vengono utilizzate tipicamente quando si utilizza una vasca supplementare dove inserire la tecnica, denominata sump. La vasca principale avrà dei fori per lo scarico e il carico d’acqua, e la vasca supplementare, una volta filtrata l’acqua in base al metodo usato dovrà rimandare alla vasca principale l’acqua trattata. Spesso queste pompe di risalita devono avere un’ampia portata (ovvero i litri all’ora di acqua che riescono a spingere) e, in base all’altezza che devono raggiungere verso l’alto anche una certa prevalenza, misurata in metri o centimetri. Indubbiamente producono molte vibrazioni e di conseguenza un rumore sordo che si diffonde ovunque. Utilizzare dei tappetini in silicone come questi o quelli utilizzati per la cucina, potrebbe dare un ottimo risultato, come ci fa vedere un acquariofilo nel suo videoclip.

 

 

Timerizzare, temporizzare, automatizzare l’acquario

Articolo in costruzione

Rendere autonomo il più possibile un acquario è a mio modo di vedere la strada più logica da seguire. È impossibile che una vasca di vetro contenente un litraggio limitato di acqua possa imitare in tutto e per tutto quello che accade in natura dove i cicli vitali si ripetono a partire dagli organismi più semplici e microscopici e dove eventi climatici e il moto delle onde hanno un ruolo cruciale. La vita in un acquario è artificiale e non basterà mai da solo ad essere autosufficiente. Anche se la letteratura è ricca di casi in cui gli acquari diventano ecosistemi perfetti che riproducono in miniatura la vita naturale è sempre necessario un minimo intervento umano, sia strumentale o chimico.

Mi limito a descrivere una soluzione minima e a basso costo di automazione di un acquario dolce o marino e questo è ottenibile facilmente con timer o multi prese elettriche timerizzate.

Innanzitutto cosa può essere automatizzato? Praticamente tutto. Ma andiamo per gradi iniziando a considerare cosa può essere timerizzato ovvero acceso o spento in base agli orari quotidiani e settimanali.

Illuminazione

In linea di massima bastano dalle 7 alle 9 ore al giorno di luce artificiale in un acquario. Se sono collegate diverse tipi di lampade possono essere sincronizzate in modo da simulare la luce naturale, anche senza l’utilizzo di specifiche centraline alba-tramonto.

Sistemi di rabbocco automatico

Talvolta occorre effettuare rabbocchi con acqua d’osmosi presenti in serbatoi esterni. Questi rabbocchi sono gestiti da interruttori a galleggiante o da sensori di livello che attivano una pompa quando l’acqua in vasca scende sotto il livello di minimo. Il mio consiglio è di accoppiare un timer in modo da effettuare un check quotidiano a una determinata ora onde evitare che le pompe di rabbocco siano troppo spesso in movimento.

Sistemi di integrazione di CO2

L’integrazione della CO2 in vasca avviene tramite una bombola di anidride carbonica collegata a un riduttore di pressione e a un diffusore in bollicine più piccole. Per poter controllare l’erogazione vengono utilizzate delle elettrovalvole, ovvero dei dispositivi che aprono una valvola solo quando sono collegate alla rete elettrica. Solitamente queste elettrovalvole vengono controllate da sistemi di misurazione elettronica d

Per far questo esistono timer analogici ed elettronici, questi ultimi costano di più ma sono più precisi e nei casi di ciabatte temporizzate più evolute possono addirittura essere collegate in Wi-Fi ed essere configurate da applicativi su smartphone o PC.

Misuratore pH economico

La misurazione del pH è estremamente importante sia in un acquario dolce e sia in un marino. Nel primo caso c’è una stretta correlazione con la fotosintesi e la presenza di CO2 nel secondo caso per controllare che l’acqua non abbia subito variazioni legate a inquinanti e rimanga basica. Il pH è in generale un indicatore molto importante per la vita dei pesci, delle piante o dei coralli. (Qui maggiori informazioni)

Per misurarlo si ottengono ottimi risultati con misuratori a penna, dotati di sensore pH Tester.

Questi misuratori devono essere tarati periodicamente, per essere sicuri che stiano sempre misurando in modo corretto il pH. Solitamente nella confezione vengono vendute delle bustine da sciogliere in acqua pura, neutra dal punto di vista del pH come l’acqua osmotica. La soluzione servirà a tarare (tipicamente su pH4 o pH7) l’apparecchio. 7 è un pH neutro, aumentando sarà basico, diminuendo sarà acido.

Adesso che ho ripristinato la vasca non ero più così convinto che il pH tester misurasse correttamente il valore dell’acqua e quindi ho acquistato un liquido per taratura come questo [ pH 4 Buffer]. Ho utilizzato poco liquido e inserito all’interno del tappo, che ho utilizzato come recipiente di test. Il tester misura bene se immerso fino al livello consigliato di circa 2 cm. Se avessi utilizzato un bicchiere avrei dovuto inserire molto più liquido e praticamente lo avrei finito in una sola volta.

Integrazione di CO2 per il pratino

Non so con certezza che quella che ho piantato sia una sagittaria subulata, è comunque molto simile. Per fare un pratino e far sopravvivere quella pianta occorre integrare CO2. Lo dicono i suggerimenti del gruppo Acquaportal su Facebook (che vi consiglio di seguire) e anche quello di un negoziante di Viridea dove mi trovavo stasera. A questo punto ho vagliato le soluzioni a disposizione in quel negozio: un sistema economico e valido (Tetra CO2 Optimat) con una bomboletta usa e getta a rilascio lento che va caricata manualmente e quotidianamente; un’ impianto più professionale della Askoll (Askoll CO2 Pro Green System) dotato di tutte le componenti per diffondere bolle di anidride carbonica; infine un liquido per integrare CO2 nell’acqua da inserire una volta a settimana.

L’idea che ho io di un acquario il più possibile autonomo, almeno nella parte tecnica, mi ha fatto pensare che l’unico modo plausibile di integrare il gas a bolle debba essere completato oltre che da un manometro (per capire quando la bombola è esausta) e da un riduttore di pressione, anche da una elettrovalvola, che mi permetta di aprire e chiudere il dosaggio in modo temporizzato (con un timer, vi spiegherò meglio qui) in modo da avere il dosaggio prestabilito solo nelle ore di luce e soprattutto durante la mia assenza prolungata, ad esempio durante le vacanze. Forte di questi ragionamenti ho acquistato la CO2 liquida (Tetra CO2 Plus), per incominciare a integrarla in questa fase di crescita del pratino e per prendere tempo, con l’idea di cercare un sistema completo ed economico oppure trovarlo usato online. Nei prossimi giorni vi aggiornerò sui risultati. Ho acquistato anche un tester per nitriti (Tetra Test Nitriti) e per sicurezza futura una resina assorbente (Amtra Cleanwater), così quando avrò ospiti natanti in caso di necessità sarà più facile assorbire eventuali eccessi di nitrati, nitriti, ammoniaca e fosfati. Queste integrazioni, così come il carbone attivo può essere inserito nel filtro facilmente con appositi sacchetti per il filtro (qui un esempio Sacchetti filtro acquario), ve ne parlo meglio qui.

Aggiornamento marzo 2018:

Alla fine ho acquistato un impianto co2 della Ruwal con elettrovalvola e due misuratori di pressione (alta pressione per vedere quanta co2 c’è ancora nella bombola e bassa pressione per vedere quanta pressione è inserita in acquario). Sicuramente una delle migliori soluzioni è  l’Impianto Askoll pro green system   da molti indicato come la migliore soluzione qualità prezzo.

Ho ancora delle difficoltà a regolare con precisione l’apporto di co2, in quanto aprendo totalmente il rubinetto principale non c’è pressione, quindi lo devo tenere mezzo chiuso, e poi provo a regolare con una valvola di precisione. Attualmente l’apporto di co2 è molto basso, circa 2 bolle al minuto, che collegando l’elettrovalvola alla mia ciabatta-timer ho programmato l’erogazione soltanto durante le ore di luce.

Vi aggiornerò.

 

Gli avannotti di Guppy

Ormai il ventre delle femmine era davvero pronunciato, in particolare una delle tre che infatti partorì decine di avannotti, minuscoli, dell’ordine di un millimetro e mezzo ma già in grado di nuotare. Mi ero informato su cosa fare e come nutrirli con del cibo specifico di granulato finissimo, che poi andava benissimo triturare finemente quello degli adulti, come questo [Cibo Guppy]. Se non ricordo male utilizzai anche una piccola nursery regalatami da un mio caro amico che da tempo non aveva l’acquario. Cercai di inserire la mamma che infatti ne partorì ancora durante il giorno. Ma in realtà molti altri avannotti sopravvissero nella vasca, trovando rifugio tra le piante. Molti altri probabilmente furono mangiati dagli altri adulti.

In totale, lasciando fare alla natura mi ritrovai con almeno trenta quaranta piccoli guppy, a distanza di una o due settimane ormai grandi di qualche millimetro, abbastanza per non essere mangiati e poter diventare adulti. Fu un bene che un mio collega avesse trovato la voglia di ripristinare il suo vecchio acquario, una bella vasca da circa 150-200 litri per poterne allevare almeno una ventina di essi. Per gli altri dovetti convincere anche mio padre a comprare un 60 litri completo di filtro e riscaldatore integrati.
Ci vollero diversi mesi per poter distinguere i maschi dalle femmine in modo di dividerli tra le due vasche ed evitare altre proliferazioni. La sensazione di aver contribuito a far nascere pesci in cattività è una cosa rara. Con i guppy ci può riuscire anche uno alle prime armi come me. L’importante è tenere a bada i valori dell’acqua, fare attenzione ai cambi d’acqua e alla sifonatura della ghiaia per non tirar via i pesciolini, che sono davvero minuscoli. E infine introdurre nuova acqua con temperatura ambiente (fu facile perché il tutto avvenne d’estate) per non creare sbalzi in vasca. I maschi avevano quasi tutti la coda nera e blu, cosa che mi fece pensare, ma magari erroneamente, che il padre fosse solo uno dei due maschi. Le femmine erano sane, tutte tranne una, nata completamente ricurva, con difficoltà natatorie, ma il destino ha voluto che fosse la più longeva e attualmente l’unica superstite, a distanza di tre anni, di quella “covata”.

Qualche suggerimento su dove trovare le Nursery per Acquario

 

Il mio primo allevamento di Guppy

Dopo circa un mese di maturazione dell’acquario (e non sapevo se fosse veramente maturo o no) portai nuovamente l’acqua ad analizzare, il responso fu positivo e il negoziante mi consigliò di inserire due guppy maschi e tre femmine. Al tempo non avevo ancora abbastanza informazioni per decidere autonomamente, diciamo che per l’acqua abbastanza dura del rubinetto di casa i guppy andavano bene, acqua che comunque andava tagliata al 30% con osmotica, come numero invece era un po’ esagerato per i miei 46 litri. E poi data la prolificità dei guppy e soprattutto i tentativi da parte dei maschi di accoppiarsi continuamente il rapporto migliore è 1 a 3, per evitare che le femmine soffrano o addirittura muoiano dalla stanchezza. La vasca deve essere abbastanza grande e ricca di rifugi e nascondigli per evitare questi inconvenienti. Solitamente vengono venduti più i maschi perché sono più belli esteticamente per le bellissime pinne multicolore che nuotano elegantemente. Sta di fatto che nel giro di poco le tre femmine erano gravide. (Continua…)

Acquario: è troppo complicato

È troppo complicato, ci sono troppe cose da conoscere, bisogna studiare, rinuncio.

Sono frasi tipiche di chi almeno una volta nella vita ha tenuto un’acquario. A mio modo di vedere persino i più insensibili agli animali o perlomeno chi ritiene il pesce come animale privo di “anima”, di personalità, il meno paragonabile all’essere umano, utile per di più alla frittura, prima o poi ci rimane male di fronte alla sua morte perché in qualche modo si ritiene responsabile di non avergli dato le giuste cure dopo averlo rinchiuso tra piccole pareti di vetro. In questi casi le reazioni tipiche sono due: riprovare informandosi meglio con amici, negozianti, sul web oppure rinunciare. Il peso di dover tirar fuori dalla vasca un essere vivente piccolo e inerme non è una cosa da sottovalutare specie quando in casa abbiamo anche bambini. Anzi in quei casi sarà capitato a molti di fingere di dare cure al pesciolino dovendolo portare al negozio per poi comprarne un’altro il più possibile uguale e mettere in scena la sua guarigione miracolosa. Dopo questa avventura teatrale però sorgono dubbi su come non far fare la stessa fine al nuovo ospite e allora: sarà l’acqua inadeguata? Cosa c’è che non va nella vasca? L’avrò nutrito male? E si scopre un mondo.

L’acquariofilia è un insieme di esperienze che raccolgono discipline tra le più svariate: chimica, fisica, elettrotecnica, elettronica, idraulica fino ad arrivare all’informatica con l’utilizzo di computer di bordo o nuovi sistemi votati all’Internet of things ovvero oggetti intelligenti collegati in rete che permettono di agire in modo autonomo o controllati in tempo reale da remoto attraverso lo smartphone. Queste esperienze, tecniche e prassi, tolte quelle più comuni e consolidate, si scopre piano piano essere un universo fatto di letteratura, racconti del vicino di casa, consigli dei negozianti e addirittura leggende, dove per far la stessa cosa si può agire in modi diversi. L’istinto porta a miscelare le varie informazioni con la speranza di rafforzare i risultati ma la vera strada, credo, sia quella della quotidianità, dell’esperienza diretta, di trovare i giusti compromessi. Del resto ogni acquario ha il suo ecosistema dato dall’ambiente casalingo, temperatura, umidità, sole, acqua utilizzata… Le variabili sono talmente tante che non si può seguire una strada sola, consolidata. È il bello e allo stesso tempo la cosa più stressante per i neofiti: la sperimentazione. E alla fine tenere un acquario come si deve è complicato ma anche stimolante e divertente. Vi racconterò quello che farò.